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Abel
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È un ordigno sonoro, oltre che narrativo, quello che Baricco ci consegna con Abel, titolo che arriva dopo uno iato di otto anni dal suo ultimo romanzo. Eppure, si ha la sensazione che la storia di Abel Crow, sceriffo, condensi tutta una poetica che inizia a formarsi già all’esordio con Castelli di rabbia. In mezzo, una vita intera. Le prime pubblicazioni con Rizzoli, i riconoscimenti letterari, i programmi televisivi Pickwick e Totem e il ritorno in Feltrinelli, che nel 1994 aveva pubblicato Novecento, opera di confine fra teatro e letteratura con cui Baricco inaugura un modo di scrivere che in Italia non si era visto mai. Ma Abel è, prima di tutto, un’affermazione di intenti. Con questo suo “western metafisico”, Baricco riprende un genere letterario d’altri tempi e ci scaraventa in un Ovest immaginario, dove polvere e luce intercettano le geometrie dei proiettili, e dove la sincope di un colpo può racchiudere la vita e la morte di un uomo. In questo luogo “mitologico” siamo posti davanti a un’ultima frontiera, armati solo di una disordinata fiducia nella creatività umana e della timida bellezza di un gesto. Ed è nello sparo – un gesto tutto sommato piccolo, e breve, e rumoroso – che Baricco ci consegna l’esperienza del mistico: un invito a prendere la mira e premere il grilletto contro un orizzonte informe, dove coesistono ciò che siamo e quel che ancora non abbiamo davanti agli occhi. “Siamo già stati dove non siamo mai stati, e anzi, a dirla tutta, veniamo da lì.”
È un ordigno sonoro, oltre che narrativo, quello che Baricco ci consegna con Abel, titolo che arriva dopo uno iato di otto anni dal suo ultimo romanzo. Eppure, si ha la sensazione che la storia di Abel Crow, sceriffo, condensi tutta una poetica che inizia a formarsi già all’esordio con Castelli di rabbia. In mezzo, una vita intera. Le prime pubblicazioni con Rizzoli, i riconoscimenti letterari, i programmi televisivi Pickwick e Totem e il ritorno in Feltrinelli, che nel 1994 aveva pubblicato Novecento, opera di confine fra teatro e letteratura con cui Baricco inaugura un modo di scrivere che in Italia non si era visto mai. Ma Abel è, prima di tutto, un’affermazione di intenti. Con questo suo “western metafisico”, Baricco riprende un genere letterario d’altri tempi e ci scaraventa in un Ovest immaginario, dove polvere e luce intercettano le geometrie dei proiettili, e dove la sincope di un colpo può racchiudere la vita e la morte di un uomo. In questo luogo “mitologico” siamo posti davanti a un’ultima frontiera, armati solo di una disordinata fiducia nella creatività umana e della timida bellezza di un gesto. Ed è nello sparo – un gesto tutto sommato piccolo, e breve, e rumoroso – che Baricco ci consegna l’esperienza del mistico: un invito a prendere la mira e premere il grilletto contro un orizzonte informe, dove coesistono ciò che siamo e quel che ancora non abbiamo davanti agli occhi. “Siamo già stati dove non siamo mai stati, e anzi, a dirla tutta, veniamo da lì.”



















